di Don Backy

Io e la stampa

Il mio rapporto con i giornalisti, ai quali

ho voglia di... cantarle un pò

Oggi colgo la palla al balzo per esaminare il mio rapporto (solo virtuale, perché in realtà non ho mai avuto modo di farlo 'fisicamente') con i giornalisti. Parlo di un certo tipo di giornalisti. Mi riferisco ai recensori in generale, che io ho - in qualche modo - stigmatizzato, attraverso una mia canzone di qualche anno fa, intitolata Ghetto. Tempo fa ho letto - su un quotidiano - la recensione di un Cd di Jagger, da uno di loro che va per la maggiore: Era tutto uno sbrodolamento acculturato sulle qualità rock del nostro, della sua voce - anche se sgraziata - ma vera, cruda, aggressiva che riusciva a rendere l'essenza di quel che diceva proprio grazie a queste qualità. Niente da obbiettare , se non fosse per il fatto che - il recensore - contrapponeva tutte queste straordinarie qualità, all'assoluta mancanza (in italia) di artisti del genere (ma non ci sono i Ligabue e i Vasco Rossi, a tenere alta questa bandiera?), e - in maniera anche offensiva - trattava i nostri peggio di come tratterebbero Georgr W.Bush, in una tenda talebana. dava loro dei debosciati, ridicoli, senza alcuna dote per essere ciò che dicono di essere )cioè: cantanti rock) e denigrando la loro inconsistente produzione. A parte che in questo senso potrei anche essere d'accordo, il punto è che dal suddetto recensore, non ho mai letto una critica aspra, ogniqualvolta esce un Cd di un artista italiano di quel tipo (eppure li ha recensiti - e continua a recensirli - tutti). In quel caso, riecco le stesse frasi roboanti, terminologia iper ricercata ed esageratamente paludata, in riferimento - tutto sommato - a 'canzonette'. Ed ogni volta parla dell'artista recensito, come fosse l'unico in grado di produrre ciò che ha ascoltato. Mi chiedo: chi diavolo sono allora quelli che denigra rapportandoli negativamente alla bravura di Jagger ( che per inciso ha poi finito di vendere solo poche migliaia di copie, sottolineano in questo modo che con le chiacchiere non si crea il successo di un prodotto)? Il fatto è che la musica leggera viene trattata ormai solo da sofisti 'con la puzzetta sotto il naso' e non mi meraviglierei se una percentuale della crisi che ormai sembra essere entrata nel dna di questi prodotti), dipendesse proprio dallo spostamento della musica leggera, da un piano tipicamente popolare a uno forzatamente 'intellettuale' e troppo sontuosamente ammantato. Capisco che le canzoni dovrebbero avere sempre una buona base concettuale - e un rigore nella costruzione (metrica e rima), e ne ho anche scritto proprio su questa pagina - ma di qui a volerci sempre ficcare dentro un'acculturazione da ex universitari, allora la cosa diventa settaria, servendo per aureolare di intoccabilità solo alcuni prodotti e condannare chi non fa parte (per scelta e convinzione) di quella 'congrega di eletti', unti da lor signori critici. Fermo restando che poi 'prodotti di qualità' (che magari vincono Sanremo per volere della critica) non vendono nulla e scompaiono, mentre - nel mondo - 'canzonette' cantate da Bocelli o dalla Pausini - la Berti del 200 - tengono alto il nome della musica leggera italiana, così come accadeva con quelle dei Modugno, Paoli, Renis o mie.Tiè!

RadiocorriereTV      n°  28            16/07/02